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Venerdì 5 ottobre i Segretari generali di Fillea Filca Feneal hanno inviato una lunga lettera aperta al Presidente del Consiglio ed ai Ministro delle Infrastrutture e dello Sviluppo Economico. Il testo integrale

Lettera aperta 
al Presidente del Consiglio 
al Ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti 
al Ministro dello Sviluppo Economico


Egregio Presidente, Egregi Ministri,
il settore delle costruzioni continua a vivere una crisi gravissima oramai da 10 anni. Le difficoltà del comparto hanno determinato la perdita di 600 mila posti di lavoro, la scomparsa di 120 mila aziende (il 90% delle quali artigiane e di piccole dimensioni) e la crisi delle grandi imprese, con il conseguente blocco di importanti opere infrastrutturali. Le difficoltà del settore hanno provocato una perdita dal 2008 ad oggi di 104 miliardi di euro, dei quali oltre 6 miliardi negli ultimi mesi, una cifra che vale lo 0,5% del Pil.   

La crisi dei grandi gruppi industriali, amplificata anche dal sistema di partecipazione alle gare e poi di aggiudicazione, non è solo una crisi da mancanza di lavoro, ma anche e forse in gran parte “crisi di liquidità”, e rischia di produrre sulle medie e piccole imprese e sugli artigiani uno spaventoso “effetto domino”. Le conseguenze sarebbero pesantissime, e non colpirebbero solo l’intero settore delle costruzioni di grandi opere, ma l’intero indotto, pregiudicando così il rilancio industriale del Paese e rischiando di trasformare il nostro mercato in un mercato di conquista da parte di Fondi speculativi ed imprese straniere.

Eppure l’Italia è uno dei Paesi che ha costruito nel mondo tra le più grandi opere idriche, elettriche, trasportistiche, connettendo terre e mari. Nel nostro Paese si sono formati e vivono decine di migliaia di ingegneri, geometri, operai specializzati tra i migliori del pianeta. In Italia, infine, si brevettano tecniche costruttive e nuovi materiali all’avanguardia. 

Questo patrimonio non può scomparire. Le dinamiche di questo comparto determinano la competitività di un Paese, la sua produttività complessiva sia per quanto riguarda la manutenzione che la costruzione di efficienti infrastrutture. In una classifica stilata dalla Commissione europea, che ha elaborato i dati di Eurostat e Agenzia europea per l’Ambiente e le statistiche del World Economic Forum, l’Italia si trova al 17esimo posto su 28 Paesi per quanto riguarda la qualità delle ferrovie, delle strade e dei porti. Un gap infrastrutturale ancora lontano da colmare. E un altro dato deve far riflettere: negli ultimi 70 anni in Italia abbiamo pianto oltre 10 mila vittime per calamità naturali, come eventi sismici, frane e alluvioni. La spesa per rimediare ai danni provocati da questi fenomeni è stata pari a 242 miliardi di euro, una cifra superiore a quella necessaria per realizzare opere di prevenzione, che avrebbero evitato vittime innocenti.     

Insomma, oggi più che mai è urgente adeguare la nostra rete infrastrutturale, materiale e immateriale, guardando alle connessioni europee e mediterranee, favorendo sempre di più la movimentazione su ferro e per mare delle merci e sfruttando al meglio la nostra posizione strategica di crocevia per le nuove rotte commerciali che si stanno delineando per collegare il continente asiatico ai mercati occidentali.

Oggi più che mai, anche dopo la tragedia di Genova, occorre un piano straordinario per la manutenzione delle strade e dei viadotti tutti, che siano in concessione, dell’Anas o degli Enti locali, attrezzando e qualificando sempre di più il pubblico (Mit, Anas, Enti locali) e, indipendentemente dalla specifiche decisioni che si prenderanno sulla vicenda concessioni, garantire l’integrale salvaguardia dei livelli occupazionali (diretti ed indiretti), delle professionalità maturate, dei livelli di investimenti nelle nuove opere. Servono cioè più risorse, più tecnici, più ingegneri, più operai specializzati, più qualità nell’organizzazione del lavoro, per la messa in sicurezza del Paese, non meno. 

Oggi più che mai occorre mettere in sicurezza il territorio dal rischio sismico e dal dissesto idrogeologico, adeguare e mettere in sicurezza gli edifici scolastici e gli ospedali, incentivare l’efficientamento energetico, intervenire sulla rigenerazione urbana e sulla valorizzazione dell’enorme patrimonio paesaggistico storico e artistico. 

È per questo che chiediamo l’istituzione di un tavolo per una strategia di rilancio del settore, con il ruolo attivo del Governo, delle grandi imprese, delle grandi stazioni appaltanti pubbliche e dei lavoratori del settore. 

Tra le proposte che avanziamo ci sono:

- avviare un nuovo piano di investimenti infrastrutturali che sia funzionale al territorio e ai soggetti economici che vi operano, cercando di ricucire le distanze tra nord e sud del paese, ammodernando e potenziando le direttrici di scambio intranazionali, partendo dal potenziamento e ammodernamento degli assi portuali, aeroportuali e ferroviari di maggiore interesse nazionale;

- indirizzare parte delle risorse europee al completamento delle troppe “Opere Incompiute” ritenute strategiche e per la ripresa dei tanti “Cantieri Interrotti” segnalati da Regioni ed Enti Locali;

- mettere in campo nuove e più efficaci misure in materia di politica abitativa, anche attraverso progetti per il recupero di immobili di edilizia residenziale pubblica, incentivando la ristrutturazione di edifici da destinare all’edilizia residenziale sociale;

- avviare la creazione di un Fondo nazionale di garanzia creditizia, alimentato da Cassa Depositi e Prestiti e anche da investimenti in economia reale da parte dei Fondi di Previdenza complementari, anche per mettere in condizione le imprese che hanno lavori di portare a termini i cantieri aperti, rispettare le scadenze e continuare a competere in Italia e nel mondo.  

- attivare mirati interventi sul sistema bancario nazionale, anche per ovviare ai problemi di fragilità finanziaria delle imprese che operano per la Pubblica amministrazione e che sopportano tempi di pagamento lontani dalla media europea; 

- investire sulla qualificazione delle stazioni appaltanti pubbliche, in termini di capacità tecniche e finanziarie. Rimettere in mano ai privati progettazione e realizzazione, ritornare al massimo ribasso, liberalizzazione il sub appalto sono solo scorciatoie a danno dei lavoratori, della qualità delle opere, della trasparenza;

- attuare una revisione mirata del Codice Appalti, semplificandone le procedure per accelerare l’avvio dei cantieri, senza ridurre però le tutele dei lavoratori, delle imprese più serie, del ruolo di controllo e promozione del buon lavoro da parte della stazioni appaltanti pubbliche;

- una politica di sistema relativamente agli incentivi (per l’efficientamento energetico degli edifici residenziali e industriali, per le ristrutturazioni private, per l’adeguamento antisismico, ecc.) che favorisca la cedibilità bancaria dei crediti, la capacità di agire sui condomini vincolando il tutto alla regolarità dei lavori;

- incentivare e promuovere la qualificazione delle imprese, per elevare i livelli medi di produttività e di pari passo quelli di legalità, trasparenza, e rispetto dei migliori standard in materia di salute e sicurezza sui luoghi di lavoro;

- favorire il riconoscimento della qualità di impresa nell’ottica di favorire un mercato dove possano confrontarsi solo soggetti “virtuosi”, eliminando così i pericoli degli eccessivi ribassi, il proliferare delle varianti e delle riserve; 

- rafforzare il meccanismo del DURC anche attraverso la valorizzazione del principio della “congruità” del costo della manodopera sul valore complessivo dell’appalto, nel rispetto dei contratti collettivi di categoria.

È da qui che si può ripartire, all’interno di una più generale ripresa degli investimenti pubblici e privati, per una strategia industriale di rilancio del settore, consentendo alle grandi imprese la ricapitalizzazione, favorendo le riorganizzazioni aziendali e la massa critica, con effetti positivi per tutto il tessuto imprenditoriale del settore, e rafforzando l’Italia sui mercati esteri, garantendo al contempo la ripresa dell’intera economia nazionale.

Il paginone del Corriere della Sera

 

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