"Manca una procura nazionale che si occupi solo dei morti e dei feriti sul lavoro". Tutto ciò, conclude, a fronte di una frammentazione estrema delle realtà imprenditoriali. Durante il periodo del superbonus sono spuntate in Italia 25mila imprese edili dalla sera alla mattina. Gente senza alcuna formazione si è improvvisata

Sono 4 le persone indagate dalla procura di Napoli nell’inchiesta sulla morte di Ciro Pierro, Vincenzo Del Grosso e Luigi Romano, i tre operai precipitati venerdì mattina a Napoli a causa del ribaltamento del cestello che li aveva portati a circa 20 metri di altezza, dove avrebbero dovuto effettuare lavori di coibentazione del tetto di un edificio al Rione Alto. Iscritti nel registro degli indagati il titolare dell’impresa edile che aveva avuto l’appalto per l’intervento; il proprietario dell’impresa che aveva noleggiato l’elevatore; il responsabile del cantiere; l’amministratore del condominio. Omicidio colposo plurimo il reato ipotizzato. Nessuno dei tre operai indossava le imbracature di ancoraggio a un punto fisso che forse avrebbero scongiurato che precipitassero nel vuoto; due dei tre stavano lavorando a nero. Tra le ipotesi al vaglio quella che non avrebbe retto al peso (tre operai e un rotolo di bitume) la parte alta della colonna a cui era agganciato il cestello che, dopo il cedimento di alcuni componenti, si è ribaltato facendo precipitare nel vuoto i lavoratori. Da appurare se ci siano stati errori nel montaggio stesso del cestello e se, effettivamente, era in grado di sopportare quel carico. Il settore della edilizia, che per i fondi di investimento privati e per i professionisti è fonte di lauti profitti, per i lavoratori resta uno di quelli a maggior rischio. Giuseppe Mele, segretario cittadino della Fillea Cgil: "Un operaio è morto a Frattamaggiore precipitando nel vuoto mentre stava effettuando lavori su un palazzo di fronte alla sede dell’Asl. Il camminamento sul ponteggio era rappresentato da una passerella di legno che ha ceduto. Stava lavorando come nell’Italia degli anni Cinquanta". Vincenzo Maio, che è il segretario campano della Fillea Cgil: «Venerdì mi sono imbattuto in due cantieri in provincia di Benevento. In uno 5 persone, con temperature tra 37 e 38 gradi, lavoravano sul tetto di un’abitazione. Come unica protezione avevano la maglietta sotto il casco a mo’ di turbante. Pochi chilometri più avanti un cantiere stradale sempre con una temperatura di 38 gradi. Due operai di colore lavoravano in uno scavo a circa 2 metri di profondità. Quando li ho invitati a uscire per mettersi all’ombra non capivano perché dovevano smettere. Ho chiamato il titolare dell’azienda e naturalmente le forze dell’ordine, affinché imponessero il rispetto della ordinanza regionale: gli edili e gli operai del settore agricolo non lavorano dalle 12.30 alle 16.00 nei giorni che sono segnalati ad alto rischio climatico. I due mi hanno confessato che prendevano 45 euro a giornata, sebbene risultasse in busta paga un compenso regolare. Le forze dell’ordine si sono presentate alle 15.55 e sembrava che non sapessero cosa fare. Hanno preso le generalità, anche le mie, e mi hanno comunicato che avrebbero relazionato sui fatti. Inutile che riporti quello che il titolare dell’azienda ha proferito nei miei confronti». Maio racconta: «Ci sono verbali dell’Ispettorato del Lavoro che gridano vendetta. Ci si limita talora a verifiche sulla nostra segnalazione ma non si estende il controllo a tutto il cantiere. Eppure se c’è un operaio non contrattualizzato è presumibile che siano violate diverse altre norme, comprese quelle sulla sicurezza. Non è possibile che si diventi imprenditore edile con una semplice iscrizione alla Camera di commercio. Servono formazione e certificazioni sulla sicurezza. In caso di incidente mortale, poi, l’azienda va iscritta in una lista nera che precluda gli appalti, e va riabilitata solo all’esito del processo e del risarcimento ai superstiti». Sono cifre peraltro sottostimate – dice Antonio Di Franco, segretario nazionale Fillea Cgil – perché non tutte le imprese comunicano all’Inail i dati degli infortuni. A fronte di tale situazione e nonostante non si riescano ad abbattere questi dati da un decennio, il governo non ha saputo fare altro che partorire la patente a crediti. Un meccanismo che non serve a nulla e dal quale sono peraltro esenti le aziende che eseguono oltre un milione di euro di lavori ogni anno». DIETRO I NUMERI ci sono le storie. «Conosco familiari di vittime del lavoro – va avanti il segretario generale della Fillea – che tre anni dopo la tragedia che le ha colpite ancora non sanno come e perché sia morto il padre, il fratello o il figlio. Semplicemente perché il processo non è ancora neppure iniziato. Non c’è neppure una norma che, in attesa dell’esito dei processi civili, preveda un risarcimento provvisionale. Manca una procura nazionale che si occupi solo dei morti e dei feriti sul lavoro». Tutto ciò, conclude, a fronte di una frammentazione estrema delle realtà imprenditoriali. Un esempio? «Durante il periodo del superbonus sono spuntate in Italia 25mila imprese edili dalla sera alla mattina. Gente senza alcuna formazione si è improvvisata».  Il giudice Bruno Giordano, ex direttore dell’Ispettorato sul Lavoro, è tornato a ribadire: “Chi ha ‘inventato’ la patente a punti in edilizia, dopo la strage del supermercato di Firenze, e dopo altri centinaia di morti solo in edilizia, dovrebbe rispondere al Paese di un grave fallimento e di una responsabilità istituzionale per aver venduto fumo negli occhi mentre gli operai continuano ad essere uccisi dal lavoro”. Da oltre un anno, ha aggiunto, “i dati, la gravità dei fatti, gli operatori seri indicano la dannosità, non solo l’inutilità, della patente a crediti e l’inerzia e incompetenza di chi ha il dovere di intervenire”.

 

(articolo di Fabrizio Germicca de Il Manifesto) 

Edilizia, Edilizia-PrimoPiano, News-PrimoPiano, Homepage-PrimoPiano