Quest'anno la Fillea Cgil dedica la giornata a tutte le donne che hanno sacrificato vita, affetti per il lavoro e che a più di 50 anni si trovano senza certezze
'Unite sotto lo stesso Casco' è lo slogan lanciato dalla Fillea Cgil in occasione della Giornata Internazionale della donna. In un fumetto di Takoua Ben Mohamed abbiamo voluto parlare principalmente a tutte le donne che per anni hanno sacrificato vita, affetti per il lavoro e che oggi malgrado sacrifi e rinunce si ritrovano a ricominciare tutto da capo, con più anni alle spalle e rinnovate condizioni di incertezza. 'Unite sotto lo stesso casco', unite nella stessa condizione. Giovani o meno giovani, le donne nel mondo del lavoro rimangono precarie e precarizzate. Nel 2024, il nostro Paese è precipitato di 24 posizioni nel "Global gender gap report" del World economic forum classificandosi all'ottantasettesimo posto nel mondo in tema di equità tra lavoratori e lavoratrici. Sempre nel 2024, l'aumento delle assunzioni al femminile nasconde, in realtà, un dato sconcertante: solo il 13,5% delle donne ha ottenuto un'assunzione a tempo indeterminato (circa una su dieci) aumentando esponenzialmente l'accesso a contratti part-time "involontari", ovvero imposti”.
Un lavoro quindi troppo spesso poco remunerato, precario e difficile. Quest'anno il nostro pensiero va alle dipendenti della Natuzzi. Donne come Dora Di Rienzo che ha cominciato a cucire divani per l'azienda quando aveva 20 anni. Lo ha fatto per tutta la sua vita e oggi a 55 anni teme di doversi reinventare da zero.
L' altamurana lavora nello stabilimento di Jesce 2, il più grande del gruppo, e anche quello più a rischio. "Non so fare altro — racconta — dopo una vita passata a cucire, è difficile pensare di ricominciare da capo". "Tesissimo. Andare al lavoro prima era un piacere, eravamo una famiglia. Oggi si vive nella paura: non sappiamo dove ci manderanno, se lavoreremo la settimana seguente, quanto guadagneremo. Abbiamo iniziato ad avere sempre meno turni, ma qui tutti abbiamo il mutuo da pagare o le spese mediche da dover gestire». «Io ho iniziato qui nel settembre 1990. Ho cambiato vari stabilimenti e ho vissuto gli anni d’oro: era tutto bellissimo. Quando abbiamo cominciato c’era tanta stabilità. Oggi invece andiamo avanti con un piano industriale che cambia ogni due anni. Siamo arrivati a quota dodici, e ancora non sappiamo cosa accadrà". Oggi la situazione è "Molto preoccupante, visto che è il più grande. Se chiude davvero, noi dove andiamo? Facendo due conti, sembrano inevitabili i tagli, visto che già ora ci ritroviamo a fare turni di quattro ore a rotazione continua. È una situazione organizzativa abbastanza pesante". Oggi la più grande paura è che "Io e le mie colleghe siamo quasi tutte grandi: la più giovane ha 47 anni e nella vita abbiamo sempre fatto solo questo. Se perdiamo questo lavoro, chi ci assume?». L’Amnil pubblica uno studio sul lavoro fragile “dell’altra metà del cielo”. Con un focus sulla relazione con gli infortuni. Da pochi giorni l’Istat ha pubblicato il report sull’occupazione, tasso di disoccupazione bassissimo, peccato che aumentino le donne inattive e quelle precarie. Questa la peculiarità del lavoro femminile nel nostro Paese: non solo siamo fanalino di coda per tasso di occupazione femminile, ma quelle che lavorano sono più precarie, più povere degli uomini. E spesso, quando vittime di incidenti, l’infortunio è anche correlato alla loro condizione. L’Amnil quest’anno, in occasione della Giornata internazionale delle donne, ha deciso di accendere un riflettore sul “lavoro fragile delle donne come condizione imposta”. Siccome i numeri dicono molto più di tante parole, li prendiamo in prestito dallo studio Amnil per scoprire che: “Nel 2024, il nostro Paese è precipitato di 24 posizioni nel "Global gender gap report" del World economic forum classificandosi all'ottantasettesimo posto nel mondo in tema di equità tra lavoratori e lavoratrici. Sempre nel 2024, l'aumento delle assunzioni al femminile nasconde, in realtà, un dato sconcertante: solo il 13,5% delle donne ha ottenuto un'assunzione a tempo indeterminato (circa una su dieci) aumentando esponenzialmente l'accesso a contratti part-time "involontari", ovvero imposti”. Le donne lo sanno, ma che a dirlo sia un’organizzazione autorevole come Amnil magari serve: “Questa imposizione deriva da un limite determinato dalle carenze nel nostro sistema di welfare: dopo la maternità quasi due donne su dieci lasciano il lavoro; chi riesce a sostenere l'impegno lavorativo non arriva a poter assicurare il tempo pieno per l'assenza di supporto statale alla cura dei figli minori ripiegando, in maniera coatta, su impieghi part-time”. Il part time viene spacciato come strumento di conciliazione, nella realtà e strumento di segregazione. Lo praticano soprattutto le donne, le lavoratrici con un contratto a tempo parziale sono il 67,2% del totale e anche il part-time involontario è prevalentemente femminile, rappresentando il 13,7% degli occupati, rispetto al 4,6% dei maschi. Precarietà e part time vanno a braccetto con dequalificazione professionale e con lavoro povero. Ma soprattutto ciò che emerge è che per le convalide femminili la motivazione prevalente è la difficoltà di conciliazione tra lavoro e cura del bambino/a (74,7% per 2023 e 77,5 % per 2024) e l’assenza di servizi (il 45,2% nel 2023, il 47,5% nel 2024); invece, per le convalide maschili la motivazione principale di recesso è di carattere professionale”. Quali sono le norme approvate in tre anni mezzo di governo con a capo Meloni utili ad invertire queste tendenze? Nessuna. Dove sono gli asili nido previsti dal Pnrr per cominciare a dare risposte? Dimezzati. Perché per la destra al governo il modello femminile da preferire è quello delle donne madri e possibilmente casalinghe, o se proprio voglio lavorare che lo facciano per poco tempo così da occuparsi dei figli. E se Cappellini sottolinea come per affrontare come le donne stanno nei luoghi di lavoro, la collaborazione tra Ispettorato nazionale del lavoro e consigliere di parità, Meloni sembra aver pensato di eliminarle. Staremo a vedere. Nel frattempo, qualche suggerimento arriva da una donna che pur occupandosi di una figlia, cerca di fare il proprio lavoro con passione e intelligenza. Conclude Micaela Cappelini: “Tutelare il lavoro delle donne non significa solo la verifica contrattuale, normativa e previdenziale, ma soprattutto poter capire come la società italiana distribuisce tempo, reddito e potere; in questo senso le attività di Inl potrebbero essere uno dei punti di riferimento per politiche di gender mainstreaming e, dunque, anche di orientamento politico in tema”.