In una intervista al Manifesto il segretario generale della Fillea Cgil Antonio DI Franco: "Servirebbero 35 miliardi di euro, la questione casa è emergenziale".
Il Piano casa promesso 18 mesi fa dal governo Meloni per risolvere l’emergenza abitativa continua a essere rinviato. Il viceministro della Lega alle infrastrutture Rixi ne aveva annunciato l’arrivo al consiglio dei ministri del 10 marzo, ma del testo non si è vista l’ombra. Idem ai successivi cdm del 18 e 27 marzo. A Palazzo Chigi l’imbarazzo è palpabile e la situazione è tragica per almeno 250mila famiglie, quelle che secondo Federcasa hanno diritto a un alloggio pubblico ma sono in lista d’attesa. A cui si aggiunge il milione di under 40 che non può permettersi la prima abitazione, in base a un rapporto dell’istituto Mup Research, a causa degli stipendi sempre più inadeguati rispetto al costo della vita.
Il governo non riesce a trovare le risorse per aiutare questi cittadini. La bozza del decreto prevede di ristrutturare 63mila abitazioni popolari già esistenti ma inagibili con un fondo di 970 milioni. Più il tempo passa, più la cifra appare inadeguata. Lo era già quando fu comunicata da Meloni lo scorso dicembre, molto ridimensionata rispetto ai 15 miliardi annunciati nel 2024, Lo è ancora di più oggi che i prezzi delle materie prime si sono impennati a causa del conflitto in Medio Oriente.
Fino a poche settimane fa le ristrutturazioni in Italia andavano tra i 400 e i 1.300 euro al metro quadro; oggi rischiano di superare i 2mila euro. Secondo il segretario di Fillea-Cgil Antonio Di Franco «servirebbero almeno 35 miliardi di euro». Confindustria ha chiesto altri 170 miliardi per realizzare 635mila unità residenziali in più da mettere sul mercato a prezzi calmierati. In confronto quelle del governo sono briciole.
La premier lo sa e vuole evitare l’ennesima brutta figura dopo i mancati tagli alle accise sui carburanti e la cancellazione dei fondi Transizione 5.0 alle imprese. Per questo ha preferito prendere tempo per cercare di raccattare qualcosa in più. Sul suo tavolo ci sono diverse opzioni; la più probabile è rimodulare il Pnrr per dirottare 1,2 miliardi destinati all’acquisto di nuovi treni. La decisione farebbe sbottare Salvini, costretto a rinunciare a uno dei suoi cavalli di battaglia, ma per Meloni non è la priorità. In ogni caso nemmeno questo basta perciò il governo ha intenzione di ricorrere ai costruttori privati. A loro sarebbe affidato il compito di realizzare alloggi a canoni agevolati da proporre ai cittadini che non hanno i requisiti per le case popolari ma nemmeno possono permettersi di comprare casa a prezzi di mercato.
Una seconda linea di intervento riguarderebbe gli studentati per raggiungere i 150mila posti letto rispetto agli attuali 96mila (di cui solo il 68% in mano pubblica), insufficienti per gli 800mila studenti fuori sede. Ma il coinvolgimento delle società immobiliari implica che queste debbano guadagnarci perciò è scontato che gli interventi non favoriranno le fasce meno abbienti bensì chi ha già un reddito. Su tale aspetto ha espresso perplessità anche il Quirinale, chiedendo correttivi che hanno inciso sugli ultimi rinvii. Ma per Meloni i tempi stringono.
La questione è impellente e riguarda soprattutto le generazioni più giovani, che hanno dimostrato la loro sfiducia trainando il no al referendum. A preoccupare c’è anche il rincaro dei tassi sui mutui, sempre a causa del conflitto in Iran. «Il governo non ha difficoltà ad aumentare la spesa militare ma non ritiene la questione casa un’emergenza nazionale», commenta Di Franco, che chiede di «destinare all’edilizia popolare e agli affitti calmierati tutti i 7 miliardi appena riprogrammati dai fondi di coesione». A incalzare c’è anche Zaratti (Avs): «Serve un Piano casa che sia una vera politica pubblica, che non ceda ai privati la gestione dell’offerta abitativa».