In questa edizione del giornale editoriale del segretario generale Antonio Di Franco su piano Casa, risposta strutturale a emergenza abitativa

L'emergenza abitativa continua ad aggravarsi e gli annunci del Governo di un famigerato ‘piano casa’ assomigliano sempre di più alla madre di tutte le bugie della propaganda del centro destra targato Meloni: la cancellazione della legge Fornero mai avvenuta e addirittura peggiorata. Le uniche risorse che sembrerebbe poter mettere a disposizione questo esecutivo sarebbero 950 milioni di euro. Risorse del tutto insufficienti che dimostrano come questo Governo non ritenga la questione casa una emergenza nazionale. Secondo Federcasa le famiglie aventi diritto iscritte ai bandi per l’edilizia residenziale pubblica sono 250.000. Se consideriamo che oggi il costo di costruzione/ristrutturazione è di 2000 euro al m2, servirebbero solo per rispondere a queste famiglie, considerando una casa di almeno 70 m2, circa 35 miliardi di euro.

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A tutto ciò dovremmo aggiungere per affrontare fino in fondo la questione abitativa i temi dell’accesso alla casa e ai mutui, del costo dell’abitare e del necessario efficientamento di un patrimonio abitativo vecchio e molto energivoro che pesa sui salari dei lavoratori e sulle pensioni dei cittadini. Ecco perché i 950milioni di euro di Meloni e Salvini sono l’ennesima beffa. E la situazione risulta ancora più grave quando si apprende che nelle ultime settimane la Commissione Europea ha aperto una procedura di infrazione nei confronti dell’Italia perché non ha presentato il piano nazionale di ristrutturazione degli edifici entro il 31 dicembre 2025 come previsto dalla Direttiva Case Green (direttiva Ue 2024/1275). L’Europa ci mette in mora il Governo avrà due mesi per risponder. Piano Casa, risposta strutturale a emergenza abitativa abbiamo una emergenza nazionale ma rinunciamo a presentare un piano, facendoci mettere in mora e rischiando alla fine della procedura di infrazione, di dover anche pagare come Paese per le nostre inadempienze. Tutto questo sulle spalle dei cittadini e dei tanti lavoratori e pensionati che non sanno come fare. Queste scelte incideranno anche sull’economia del Paese. Oltre ad una visione sociale del tema casa manca la sua declinazione industriale. Lo studio Fillea CgilCresme dello scorso novembre ha dimostrato che il complesso dei flussi economici generati dalla casa nel 2024 è stato pari a 466 miliardi (21% del PIL). I mancati investimenti sulla casa stanno pesando sull’edilizia e su tutta la filiera dei materiali connessi. La stagione dei bonus è stata chiusa senza il riordino necessario delle leve fiscali. Senza una programmazione di lungo periodo che avrebbe permesso il consolidamento degli investimenti fatti. L’economia del Paese ne risentirà in maniera pesante. Il Governo ha una grande responsabilità e ancora una volta ha dimostrato di non tenere ai bisogni delle persone. Nessuno è contro un PNRR casa che sarebbe una svolta importante. Il tema è fare i conti con le troppe idee confuse della politica sul tema e sui costi di costruzione in continua salita per effetto del conflitto in Medioriente. Il Piano casa quindi è determinante per la crescita e per l’occupazione, specie dei giovani. Mancano abitazioni a canoni compatibili con gli stipendi e c’è un forte disallineamento, in numerose aree del territorio, tra costi di affitto o di acquisto delle abitazioni e il livello di produttività del lavoro e dunque di salari medi. Il mancato investimento sul sistema casa sta generando una serie di crisi nella filiera che hanno già registrato chiusure e casse integrazioni. Legno, laterizi e la filiera meccanica. È necessario grande piano di politica economica che possa accelerare lo sviluppo del Paese e la crescita, quanto mai urgente in questa fase di incertezza in cui è necessario spingere gli investimenti e creare occupazione. Non solo una misura ma un progetto per superare il divario tra domanda e offerta di lavoro che penalizza i giovani e le imprese che frena gli spostamenti sul territorio e tiene alta la disoccupazione strutturale, con ripercussioni sul mercato del lavoro e sull’efficienza complessiva del paese. Ma l’obiettivo è anche di rendere attrattiva l’Italia per chi viene dall’estero. Consideriamo quanto mai una priorità nell’agenda del Paese. Il governo ha annunciato a gennaio un Piano casa per realizzare 100 mila abitazioni in dieci anni a prezzi sostenibili. Si tratta di metterlo a terra, stringendo i tempi perché lavoratori e imprese sono oggi in grave emergenza e le risposte non si vedono e sono inadeguate. Ci troviamo davanti a una situazione di disagio abitativo diffuso: tutte le fasce sociali, anziani. Servono quindi risorse molto più consistenti e programmate. Bisognerebbe, ad esempio, riprogrammare i fondi di coesione 2021-2027 e concentrare quei 7 miliardi annunciati tutti sull’edilizia popolare e sugli affitti calmierati per studenti, lavoratori e pensionati. C’è bisogno di un intervento in questa direzione. Anzi, serve un nuovo Pnrr fondato sull’emergenza abitativa su base europea. Parliamo di un piano di investimenti almeno decennale, che tenga conto delle dinamiche demografiche, del sostegno agli affitti, di tassi agevolati garantiti dallo Stato e di un programma serio di riqualificazione del patrimonio esistente. Oggi ci sono lavoratori che non possono accettare posti in altre regioni perché il costo dell’affitto è quasi superiore allo stipendio. Allo stesso tempo le imprese fanno fatica a trovare personale perché manca la casa. È una situazione che sta esplodendo e non vediamo alcuna programmazione adeguata. Il piano casa promesso 18 mesi fa dal governo Meloni per risolvere l’emergenza abitativa continua a essere rinviato. Il viceministro della Lega alle infrastrutture Rixi ne aveva annunciato l’arrivo al consiglio dei ministri del 10 marzo, ma del testo non si è vista l’ombra. Idem ai successivi cdm del 18 e 27 marzo. A Palazzo Chigi l’imbarazzo è palpabile e la situazione è tragica per almeno 250mila famiglie, quelle che secondo Federcasa hanno diritto a un alloggio pubblico ma sono in lista d’attesa. A cui si aggiunge il milione di under 40 che non può permettersi la prima abitazione, in base a un rapporto dell’istituto Mup Research, a causa degli stipendi sempre più inadeguati rispetto al costo della vita. Il governo non riesce a trovare le risorse per aiutare questi cittadini. La bozza del decreto prevede di ristrutturare 63mila abitazioni popolari già esistenti ma inagibili con un fondo di 970 milioni. Più il tempo passa, più la cifra appare inadeguata. Lo era già quando fu comunicata da Meloni lo scorso dicembre, molto ridimensionata rispetto ai 15 miliardi annunciati nel 2024. Fino a poche settimane fa le ristrutturazioni in Italia andavano tra i 400 e i 1.300 euro al metro quadro; oggi rischiano di su perare i 2mila euro. Confindustria ha chiesto altri 170 miliardi per realizzare 635mila unità residenziali in più da mettere sul mercato a prezzi calmierati. In confronto quelle del governo sono briciole. La premier lo sa e vuole evitare l’ennesima brutta figura dopo i mancati tagli alle accise sui carburanti e la cancellazione dei fondi Transizione 5.0 alle imprese. Per questo ha preferito prendere tempo per cercare di raccattare qualcosa in più. Sul suo tavolo ci sono diverse opzioni; la più probabile è rimodulare il Pnrr per dirottare 1,2 miliardi destinati all’acquisto di nuovi treni. Una seconda linea di intervento riguarderebbe gli studentati per raggiungere i 150mila posti letto rispetto agli attuali 96mila (di cui solo il 68% in mano pubblica), insufficienti per gli 800mila studenti fuori sede.

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