Al Centro Congressi Frentani grazie al supporto di 60 delegati, delegate, funzionari e funzionarie riprendono i lavori del cooordinamento migranti
Presentazione finalità coordinamento e documento “Uniti sotto lo stesso casco", esiti mappatura preliminare dei sindacalisti migranti, protocollo per inserimento lavorativo per rifugiati e richiedenti asili, rapporti con sindacati ester,i formazione dei sindacalisti migranti e su temi di interesse per i lavoratori migranti, vertenzialità: esperienze in corso e proposte, novità per l’accesso alla pensione: i recenti accordi dell’Italia con Albania e Moldavia, disposizioni contrattuali e prestazioni della bilateralità: esperienze territoriali e esigenze e gli strumenti della comunicazione per una efficace contronarrazione. Sono stati questi i punti all'ordine del giorno affrontati nel corso della giornata del 28 gennaio da delegati, delegate, funzionari e funzionarie provenienti da tutta Italia. E' stato possibile presentare il documento e della sua genesi, richiamando le finalità di fare sistema tra i migranti presenti nel coordinamento per facilitare: ( emersione necessità specifiche e proposte politiche; forme di coordinamento e collaborazione per produrre materiale in diverse lingue o facilitare la comunicazione tra i sindacalisti sul territorio e migranti; crescita del sindacato sui temi delle migrazioni e dei sindacalisti migranti stessi. I compagni e le compagne hanno aperto una intensa discussione su possibile coordinamento e supporto nazionale a vertenze locali in corso o da avviare, ad esempio su difficoltà e ritardi nel rinnovo del permesso di soggiorno, problemi con i ricongiungimenti familiari, casi di caporalato. Una discussione aperta che vede la Fillea Cgil in prima fila nella lotta allo sfruttamento e al caporato nel settore delle costruzioni.
Il contesto storico attuale ci consegna, a livello globale, uno scenario politico di inasprimento e disumanizzazione complessiva delle politiche migratorie, a fronte di un incremento dei conflitti, da ultimo con le aggressioni sempre più brutali di Israele e Russia e il genocidio del popolo gazawi, e in generale delle criticità economiche, climatiche, politiche. Non sono estranee all’Europa le responsabilità di una situazione che si riflette nella sempre più accentuata vulnerabilità dei soggetti in cerca di protezione e nella mobilità forzata di chi lascia il proprio paese di origine come unica opportunità di sopravvivenza. Le destre sovraniste tendono sempre più, come strategia di ampliamento del consenso, ad alimentare la rappresentazione dell’invasione e della sostituzione etnica, mentre i dati messi a disposizione dal Dossier Statistico Immigrazione 2024 ci dicono che a fine 2023 i migranti forzati in Europa erano 8.4 milioni, pari al 7.2% del totale mondiale. La vera emergenza, dunque, è quella umanitaria che si consuma nei paesi di origine, nei paesi partner dei vari accordi di esternalizzazione delle frontiere come Libia e Tunisia e lungo le principali rotte migratorie, interessate sempre più da respingimenti forzati, rimpatri e barriere materiali ed amministrative opposte all’attività delle organizzazioni non governative. Secondo i recenti dati messi a disposizione dall’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM) almeno 8.938 persone hanno perso la vita lungo le rotte migratorie nel 2024: il numero più alto mai registrato in un solo anno. Tuttavia si tratta di un dato parziale, in quanto non comprensivo delle migliaia di sparizioni e di decessi non documentati. Le risposte dell’Unione Europea, assorbita nella narrazione xenofoba ed emergenziale delle destre, sono state definite con l’approvazione del “Migration Pact” nell’aprile dello scorso anno, la cui completa vigenza è fissata per il 2026. Si tratta di una serie di provvedimenti che prevede procedure accelerate di frontiera per i richiedenti asilo provenienti da paesi considerati sicuri (spesso gli stessi ai quali la stessa UE delega e finanzia la gestione dei flussi migratori), l’estensione della detenzione amministrativa dei richiedenti asilo, un meccanismo obbligatorio di solidarietà tra i diversi paesi dell’Unione, il ricollocamento dei migranti secondo un sistema di quote derogabile versando risorse in un fondo comune per i rimpatri. Siamo di fronte non ad una necessaria assunzione di responsabilità da parte dell’Europa rispetto all’aumento delle disuguaglianze e alle conseguenze di scelte politiche, economiche e programmatiche scellerate, ma all’innalzamento delle frontiere interne ed esterne. La protezione dei confini diventa il centro delle politiche migratorie nazionali e internazionali, attraverso il rafforzamento di Frontex, delle operazioni di pattugliamento, militarizzazione ed esternalizzazione delle frontiere di terra e di mare. Questo approccio non produce altro che limitazioni ai diritti di chi è in cerca di protezione, migliaia di respingimenti illegittimi e la messa in discussione dei principi alla base del diritto all’asilo contenuti nella nostra Costituzione e nelle convenzioni internazionali. Il contesto italiano e la necessità di una revisione radicale delle politiche dell’immigrazione. Allo stesso tempo, chiedere e ottenere protezione anche in Italia è sempre più difficile, inoltre i circuiti di accoglienza istituzionale sono stati pesantemente impoveriti e svuotati delle funzioni di supporto alla persona e all’integrazione ed ormai anche i richiedenti asilo ne sono esclusi. La criminalizzazione delle persone straniere e di chi è loro solidale, la profilazione etnica, la prospettazione dell’emergenza rappresentano gli obiettivi principali del Governo sia in termini di aggressione mediatica che di inasprimento delle norme, mentre le pratiche di sfruttamento dei lavoratori stranieri, quelle realmente criminali, coinvolgono sempre più ampie porzioni di tutti i settori dell’economia, nell’incapacità totale delle istituzioni di produrre misure adeguate a porre fine a, questa sì, un’altra vera emergenza. Si tratta delle stesse istituzioni che di fronte alla morte di Satnam Singh ed al crollo dell’Esselunga di Firenze hanno risposto con la patente a punti, la sicurezza di carta. Il dato Istat più recente, riferito al 2022, sul lavoro irregolare ci consegna una percentuale del 9.7% distribuito su tutti i settori dell’economia nazionale. Il settore delle costruzioni, nonostante l’introduzione per legge della congruità dell’incidenza della manodopera, si attesta ancora su una percentuale dell’11,3%. Per modificare questi dati crediamo sia necessario affermare con forza la necessità di abrogare la legge Bossi-Fini che soffoca l ‘immigrazione in una spirale perversa e ipocrita sulla base della quale - dopo un ventennio di dibattito e di disastrosa sperimentazione, la possiamo riassumere così - per essere regolari serve un rapporto di lavoro, ma per lavorare è necessario essere regolari. Una contraddizione in termini che nei decenni ha incentivato il lavoro nero, lo sfruttamento ed il caporalato e che in tutti i settori ha favorito quella parte del tessuto produttivo che riducendo il costo del lavoro ha compresso diritti ed alterato la concorrenza tra operatori economici.