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03.01.17. "Piaccia o non piaccia l`istituto referendario esiste ed è stato pensato dai padri costituenti come strumento ultimo dell'iniziativa dal basso (popolo, ma anche Regioni) contro leggi ritenute sbagliate. Al contempo - proprio perché pensato in funzione ultima rispetto alle scelte del Parlamento, detentore del potere legislativo - lo strumento referendario contempla in se` la funzione di «pressione positiva sulle Camere, permettendo a queste di intervenire per tempo sulle norme contestate, modificandole secondo lo spirito degli stessi quesiti ammessi». E' quanto leggiamo nella riflessione di Alessandro Genovesi ospitata oggi dal quotidiano L'Unità.

 

L'intervento prosegue:

Come Cgil, del resto, anche noi abbiamo sempre ritenuto i quesiti referendari un sostegno alla proposta di legge di iniziativa popolare per una Nuova Carta dei Diritti dei Lavoratori.

Uno strumento cioè non un fine: nel tentativo di obbligare questo Parlamento a prendere atto di una destrutturazione del lavoro che ha prodotto precariato di massa, bassi salari, depressione economica e svilimento delle conoscenze, ricatti dentro e fuori le aziende (quante volte abbiamo sentito «meglio un voucher che il lavoro nero», «meglio un lavoro senza dignità che la disoccupazione»).

Tendenza culminata nel Jobs Act, «molto act e poco job». Non a caso individuando nei voucher, nella responsabilità in solido negli appalti (vista la: frantumazione dei cicli produttivi) e nel ripristino di un semplice principio di civiltà giuridica, per cui non puoi essere licenziato senza motivo (la reintegra ha sempre avuto funzione deterrente più efficace rispetto alla monetizzazione), diciamo da dove iniziare e non dove finire.

Per chiedere non di tornare al mondo antico che fu, ma di mettere le basi per un più moderno e complessivo sistema di tutela dei lavoratori (tutti, autonomi compresi).

Da questo punto di vista allora occorre capire se tra le forze politiche si possa aprire un dibattito che non sia meramente strumentale, che non si riduca alla questione solo dei voucher (che pure sarebbe un segnale importante, pensiamo agli abusi più macroscopici nei cantieri edili o nella logistica), ma che assuma con coraggio il tema di un`inversione di tendenza, agendo anche sugli appalti e sul principio che in caso di licenziamenti senza giusta causa possa essere il giudice a decidere la forma migliore di tutela nella fattispecie specifica, compresa la possibilità di reintegra o (pensiamo a collaboratori, p. Iva, ecc.) con il mantenimento della collaborazione, perché ingiustamente interrotta.

Si chiami articolo 18 in versione 2.0, si chiami in un altro modo, poco mi appassiona. Sarebbe una grande vittoria, politica e culturale, costringere il Parlamento ad iniziare da questi nuovi pilastri.

Perché sarebbe prima di tutto l`ammissione che non è tagliando i diritti che l`occupazione riparte, ma agendo sul mercato delle merci (non del lavoro). Perché se non si torna ad investire in conoscenza ed innovazione da un lato, a far riprendere i consumi dall`altro (e allora fisco, stabilità nei salari, liberalizzazioni vere) non ce n`è per nessuno.

Perché si ammetterebbe la sconsolante verità che non è stato togliere l`articolo 18 il volano per le trasformazioni a tempo indeterminato del 2015/16, ma il sostanziale abbassamento del costo del lavoro sotto forma di incentivi e che, se proprio una strada va perseguita su questo versante, rimane quella della riduzione del cuneo fiscale sul lavoro più che sconti a pioggia alle imprese.

Insomma sarei per andare a vedere le carte di questo Parlamento. Per vederle al Pd, ma anche ai 5 Stelle, che tante contraddizioni hanno al proprio interno, scaldando ovviamente da subito anche i motori sul referendum Cgil (perché ovviamente se si faranno, si devono vincere) senza regalare però a nessuno eventuali avanzamenti sui temi del lavoro che inutile prenderci in giro - senza le mobilitazioni del "sindacato rosso" non sarebbero nemmeno entrati nell`agenda.

 

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