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 Si è aperto oggi a Perugia il Congresso nazionale della Filca. Di seguito il saluto del segretario generale Fillea Alessandro Genovesi

Cari amici e amiche della Filca, vi porto i saluti della Fillea Cgil.

Vi auguriamo un buon lavoro per queste tre giornate che saranno piene di impegni, ma che sono certo produrranno stimoli, idee con cui tutti ci confronteremo , arricchendo così la capacità di più generale di proposta dell’intero movimento dei lavoratori.

La relazione di Franco è stata una relazione ricca di passaggi unitari… tutto l’impianto del suo intervento ha volutamente sottolineato i tanti punti che ci uniscono rispetto a quelli su cui abbiamo, come è naturale, opinioni diverse.

In particolare voglio sottolineare la comune analisi sulla fase: 

la crisi economica che da anni ci accompagna e che si è trasformata in crisi sociale prima, politica e democratica poi è crisi da “eccesso di diseguaglianza”. Il ceto medio, i lavoratori specializzati  viene stritolato da un processo per cui  - bloccata la redistribuzione per via fiscale, salariale, di accesso al welfare – i ricchi diventano più ricchi ed i poveri più poveri.

Ma ciò non è avvenuto per caso: una cultura ha vinto e quella cultura è diventata poi politica economica. La cultura del profitto come valore e non come mezzo, la cultura della centralità del mercato e dell’impresa, per cui la disoccupazione – come dice Papa Francesco – diviene una colpa, l’essere povero un destino che ti sei meritato e il successo di una vita, la sua pienezza viene misurata da quante automobili hai, da quanto è ricco il tuo conto in banca.

E allora l’individualismo diviene la “cifra dei rapporti sociali” e non la solidarietà.

Questo si è tradotto nella mercificazione della vita, a partire dal suo aspetto più importante, più identitario:  il lavoro.

Da qui la crisi più che di uno specifico modello sindacale, della ragione stessa del “mutuo patto”, della rappresentanza collettiva di natura confederale.

Eppure le grandi trasformazioni tecnologiche e produttive, le grandi trasformazioni sociali necessitano di più sindacato, di più solidarietà, di più partecipazione, per un nuovo umanesimo che riposizioni correttamente valori e priorità!

E allora occorre ripartire da alcuni punti fermi.

1) La creazione di occupazione stabile e di qualità, come “assillo” di tutti. Perché senza lavoro non c’è dignità, senza lavoro non c’è libertà dal bisogno, non si può essere cittadini fino in fondo.

Su questo nelle proposte di Franco riecheggiano le parole d’ordine della Piattaforma che il 25 Maggio ci ha portato in piazza tutti insieme. Non dico nulla in più perché ovviamente sono condivise.

2) La difesa del lavoro che c’è  e il governo delle sue inevitabili trasformazioni di cui poi la semplificazione del numero e perimetro dei contratti collettivi, la logica di filiera, l’adeguamento degli strumenti bilaterali sono conseguenza. 

Qui io vedo, in riferimento alle trasformazioni già in atto con Industria 4.0, un grande spazio di iniziativa e di lavoro unitario. In particolare su tre aspetti della relazione di Franco che mi convincono molto.

a) Le nuove tecnologie avranno impatti negativi sui saldi occupazionali… Allora il governo degli orari, la redistribuzione del lavoro, il governo non solo delle flessibilità ma anche dei percorsi professionali e di carriera (e cioè formazione permanente, aggiornamento, polifunzionalità, ecc.) diventano il terreno principale della nostra azione sindacale sui posti di lavoro. Sapendo che più tecnologie abilitanti ci saranno, più pervasività in nuovi processi produttivi, vuol dire più partecipazione dei lavoratori, con le loro conoscenze e professionalità, nella vita delle imprese. 

Questo non ci deve spaventare - anzi se penso al Documento del Gennaio 2016 di CGIL, CISL e UIL su un nuovo modello di relazioni industriali- io vi vedo tracciata una strategia complessa e completa… Ma al contempo non ci dobbiamo fare eccessive illusioni.

Perché i più conservatori e resti alla partecipazione dei lavoratori saranno le aziende italiane, fatto da un capitalismo straccione più tentato dalla finanza che non dall’industria. Fatto da chi preferisce non applicare i contratti, non denunciare tutte le ore di lavoro che non di chi investe in formazione, professionalità, sicurezza.

 Perché se anche arrivassimo ad un adattamento del modello co gestionariotedesco non dimentichiamoci che in quel Paese funziona perché, lì, le imprese con più di 50 dipendenti sono il 46% delle aziende a fronte del nostro 6,8%.

Però il terreno è quello giusto – orari, organizzazione del lavoro, professionalità, partecipazione -. NON SCAMBIAMO QUESTO TERRENO di confronto e scontro con 50 euro in più di welfare aziendale, di carità padronale. Quello può essere solo uno specchietto per le allodole. Lo dico innanzi tutto ai miei della Fillea.

 3) Probabilmente però, per quanto potremmo redistribuire il lavoro che c’è, ciò non basterà e allora si porrà (si va già ponendo) il tema di come garantire il reddito da chi sta fuori da 4.0 e fuori dai lavori di prossimità. 

Io tra reddito di cittadinanza e lavoro pubblico preferisco assolutamente il 2°, magari guardando all’ambiente, alla cura, all’istruzione, ai servizi sociali ad una P.A. più efficiente e preparata. 

Il tema sarà come ripensare un welfare meno “lavoro centrico” e più ancorato alle condizioni di cittadinanza e quindi quale sistema fiscale, quale progressività, quale tassazione – non delle tecnologie – ma certo della ricchezza, oggi più mobile ed immateriale di ieri.

Dentro questo scenario, allora, collochiamo la nostra strategia sindacale, i nostri rinnovi contrattuali, la nostra proposta di politica industriale per i nostri settori, con un filo rosso che li lega tutti. FAR RIPARTIRE LA DOMANDA AGGREGATA ED IL MERCATO DELLE MERCI, cambiando radicalmente la politica economica seguita, fatta esclusivamente di incentivi indistinti sull’offerta.

Questa politica dell’offerta ha fallito, in Europa ed in Italia; ha favorito chi era già forte e aveva surplus commerciali e ha penalizzato che aveva maggiori ritardi in termini di innovazione e infrastrutture materiali e sociali (noi ed in particolare il nostro Mezzogiorno).

E allora: aumenti salariali oltre la mera restituzione inflattiva (un ossimoro in fase di bassa inflazione, come ci ricorda Draghi), l’1/3 da garantire in prestazioni a favore dei lavoratori da parte delle nostre C.E., i rinnovi dei contratti fatti negli impianti fissi; le linee guida che spero nei prossimi giorni unitariamente vareremo per la contrattazione aziendale… vanno tutti in quella direzioni. Così come in coerenza con tale impostazione, viviamo l’assillo di gestire sempre con la massima partecipazione e trasparenza, gli enti bilaterali, CNCE, FOrmedil e CpT, perché sono i soldi dei lavoratori che devono servire a loro, ai loro bisogni e non a quelli delle imprese.

 E dimostrano che su pensioni, ammortizzatori sociali, modello contrattuale, politiche industriali mirate e selettive, vi è un grande spazio di iniziativa sindacale. E aggiungo iniziativa sindacale unitaria.

 Perché se tutte le nostre analisi, se le cose dette da Franco sono vere (ed io ritengo che lo siano), allora la chiusura in recinti identitari da un lato o subalterni alla cultura dominante dall’altro, sono non solo scelte sbagliate, ma perdenti.

Noi oggi come FLC possiamo dare (e abbiamo provato a farlo anche nel passato) una grande mano alle nostre confederazioni, affinchè sul merito delle grandi questioni che attraversano i nostri settori ed il Paese, prevalgano le tante ragioni che ci uniscono e che sono quelle di cui un mondo del lavoro frantumato, spaventato, attraversato da pulsioni egoistiche, razziste e secessioniste, ha bisogno.

 Oggi più che mai.

 E faccio una piccola proposta in questo senso, convinto che le divisioni ideologiche del nostro passato non hanno più un grande senso, senza rinnegarle ma consapevoli che sono alle nostre spalle, figlie di una stagione politica lunga che non tornerà.

Rafforziamo la FLC, facciamo vivere l’associazione che recentemente abbiamo ricreato non solo per giustificare i conti correnti unitari, ma perché viva tutti i giorni nei nostri luoghi.

Magari FLC insieme alle nostre scuole di formazione sindacale potrebbe darsi da subito l’obiettivo di organizzare corsi di formazione unitari per i quadri più giovani, per la nuova leva di sindacalisti e magari – se non quest’anno – già dall’anno prossimo organizzare l’assemblea di tutti i nostri 3 direttivi. 

L’assemblea annuale della Federazione dei Lavoratori delle Costruzioni, dove sfidare noi la rappresentanza politica, le imprese, sulle nostre proposte programmatiche.

Abbiamo forti elaborazioni comuni, idee valide, ed un patrimonio di donne e uomini di cui essere orgogliosi. 

Mettiamo tutto ciò, ancora di più, al servizio del Paese. Farà bene al Paese e farà bene a tutti Noi.

 

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