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Sindacato Nuovo Marzo 2020. Dazi, la guerra commerciale tra Usa e Cina per il primato sul mondo...e nel mezzo l''Europa. Di Nicoletta Rocchi, Specchio Internazionale Cgil.

Nei giorni scorsi, sulla pagine del Financial Times, giornale di cui è  uno dei commentatori più autorevoli, Martin Wolf ha definito "una tregua commerciale parziale e difettosa" l'accordo di "fase uno" tra Cina e USA, strombazzato da Donald Trump come una svolta  storica. L'accordo infatti, non risolve neppure alla lontana la guerra commerciale innescata dal protezionismo di "America first", la strategia che ha consentito allo stesso Trump di diventare presidente degli Stati Uniti, sfruttando le paure delle vittime della globalizzazione neoliberista, che ha dominato il mondo negli ultimi 40 anni. Esso copre alcuni dei temi caldi, dalla proprietà intellettuale, al trasferimento forzoso delle tecnologie, all'agricoltura, all'accesso ai servizi finanziari, alla manipolazione monetaria, al sistema di risoluzione dei contenziosi. Prevede anche l'importazione da parte della Cina di prodotti US per non meno di 200 miliardi di dollari all'anno. Ma se, in realtà, buona parte di queste "nuove" politiche cinesi annunciate è già in essere, resta in vigore anche il grosso delle tariffe americane e anzi, se ne aggiungono altre. Soprattutto l'accordo non prende in considerazione i più grandi spauracchi come il furto commerciale informatico, i sussidi industriali, e, più in generale il programma commerciale 2025 che si propone di aumentare la sofisticazione tecnologica dell'economia cinese.

Si tratta di una "tregua"dunque, una pausa, politicamente conveniente, dettata dagli interessi interni dei due presidenti: Trump alle prese con le elezioni di fine anno e Xi Jinping intento a rafforzare il ruolo del partito comunista e suo personale nel governo del grande paese asiatico e la sua presenza nell'agone geopolitico planetario nonchè a produrre il salto di qualità dell'economia verso i nuovi confini della robotica e dell'intelligenza artificiale.

Ma la guerra continua: una guerra commerciale che è il proseguimento di quella diplomatica e la sostituzione di quella guerreggiata: un conflitto duraturo, simile alla guerra fredda che, nel secolo scorso, ha caratterizzato la relazione tra Stati Uniti e Unione Sovietica. La posta in gioco tra le due super-potenze è il primato nel mondo. Questa epocale partita non sarà tuttavia nè breve, nè facile. Le interconnessioni nelle cosiddette "catene globali del valore" sono infatti fortissime e non agevolmente districabili in quanto costituiscono il portato del processo di pluridecennale delocalizzazione dei vari segmenti del processo produttivo dei paesi occidentali industrializzati, in primo luogo degli Stati Uniti. Tale processo ha trasformato la concorrenza globale in competizione frammentata tra piattaforme ampiamente distribuite di componenti, design e funzioni di assemblaggio. Uno studio recente del Fondo Monetario Internazionale ha rilevato che tali catene globali del valore  hanno rappresentato il 70% della crescita del commercio internazionale dell'ultimo ventennio. Alla luce di questo dato soltanto, è evidente che è in corso un titanico ma inevitabile riequilibrio dei rapporti di forza, tra un'area che fino ad ora ha avuto un ruolo di "implementazione" delle altrui tecnologie ma è arrivata ora a un grado di maturità che la porta a voler giocare in proprio. Del resto, non è da ora che l'attenzione degli Stati Uniti è passata dalle sponde dell'Oceano Atlantico e quelle del Pacifico. Già Barack Obama,  il predecessore di Trump, da lui profondamente diverso, si era mosso in quella direzione: un segnale chiaro che il pendolo della storia sta inesorabilmente oscillando verso l'Asia.

Tutto ciò avrà pesanti ripercussioni sul nostro continente. Non solo i 200 miliardi di merci che la Cina si è impegnata ad acquisire ogni anno dagli US, apriranno dei buchi nell'export europeo. Ma l'Europa, che pure è al vertice della ricchezza nel mondo, con un'economia forte e un avanzato sistema di organizzazione sociale, rischia di trasformarsi in terreno di battaglia tra i due giocatori principali. Consentire l'accesso di Huawei alla costruzione dell'infrastruttura 5G europea o no?  Aderire alla Belt and Road Initiative di Pechino o no?  Tassare le Big Tech americane o no? ecc, ecc. Qualunque sia la scelta messa in atto dai singoli paesi europei, una ritorsione certa è garantita. Da parte della Cina con cui potrebbero entrare in crisi  rapporti commerciali strategici. Oppure da parte degli USA che minacciano di aggiungere ulteriori tasse e tariffe sulle merci europee qualora l'Europa ceda alle pressioni asiatiche o maltratti le sue potentissime multinazionali. 

Afasici, divisi e impauriti dal cambiamento in corso di cui avvertono tutta la portata e l'incapacità di farvi fronte, gli europei rischiano davvero grosso. Non sarà per loro possibile rinchiudersi nelle proprie frontiere perchè, come quella climatica e quella dei flussi migratori, la guerra commerciale non è una sfida che possa essere fronteggiata in solitudine dalle singole nazioni. E purtroppo, l'Unione Europea, nata come risposta al terribile disastro della seconda guerra mondiale, non sembra in grado di uscire dalla logica economicista e dal metodo intergovernativo, rischiando di subire non solo l'onta dell'irrilevanza ma anche gli effetti della decadenza. Il suo bilancio è troppo piccolo per fare fronte alla continua crescita dimensionale degli investimenti necessari a fronteggiare la scommessa delle nuove frontiere tecnologiche, del mitigamento climatico e dell'ammodernamento delle infrastrutture materiali e immateriali. Le sue istituzioni  sono insufficienti a reggere un vero governo comune. Come nel paradosso del calabrone, l'Unione riesce comunque a volare, a sopravvivere anche senza strumenti basilari: priva di un'armonizzazione fiscale neppure nell'area della moneta unica, di un accenno di condivisione del rischio, di un'unione bancaria, dell'unificazione del mercato dei capitali, di una politica estera che non sia il saldo algebrico degli interessi nazionali e ambisca a una visione globale degli interessi della comunità continentale. Sopravvivere non significa però essere in grado di mantenere le condizioni di vita cui si è abituati, di incidere nelle scelte che plasmano la storia del pianeta, di partecipare attivamente, da protagonista, al nuovo multilateralismo del millennio, di contribuire all'aggiornamento delle regole e delle istituzioni internazionali che governano l'economia mondiale. In altre parole, non significa essere in grado di proteggere adeguatamente se stessa, il suo futuro, il prodotto del suo lavoro e del suo ingegno.

Sto allargando troppo il tiro? Non mi sembra. La nuova guerra fredda ha caratteristiche non destinate ad attenuarsi in breve tempo e genera davvero preoccupazione... a meno che non inneschi una crisi di crescita e di maturazione. Per questo ci si dovrebbe impegnare e non per meno. Nei momenti di svolta si inverano le più grandi utopie e le più grandi ambizioni. L'Unione si è dotata di un Green Deal, una strategia verde per uno sviluppo economico attento al mitigamento climatico che, attraverso la Banca Europea per gli Investimenti, mobiliterà grandi risorse pubbliche e private. Dovrebbe ora superare le diffidenze, che, al contrario, sono in crescita, per entrare attivamente in gioco nel dibattito/confronto tra sistemi che sta svolgendosi sotto i suoi occhi. Sarebbe paradossale morire di globalizzazione, prima perchè subita all'insegna del pensiero unico neoliberista e oggi perchè le correzioni stanno avvenendo attraverso le peggiori idee protezionistiche e nazionaliste. 

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