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Sindacato Nuovo, luglio 2020. L'editoriale di Alessandro Genovesi: dopo il Covid, la terza via per ripartire con il piede giusto. 

E’ sempre più evidente che, oggi, in un mondo ancora alle prese con la pandemia, si confrontano fondamentalmente tre visioni politiche ed economiche, a livello internazionale e, in forme anche esasperate, in Italia.  C’è chi vuole tornare a “come eravamo prima”, per cui la drammatica lezione del Covid è stata solo una breve parentesi. Chi addirittura vorrebbe usare il ciclo economico espansivo connesso alle ingenti risorse liberate dalla crisi (tra nuovo debito e contributi internazionali vari) per accentuare tratti liberisti e, di fatto, reazionari.

Chi, infine - a partire dal sindacato, dal mondo ambientalista e dell’impegno sociale, laico e religioso (si veda l’articolo di Edoardo Zanchini di Legambiente) - è in campo, invece, rivendicando “riforme di struttura” per rimuovere le ingiustizie ambientali e sociali che stanno portando il Pianeta giù nel baratro, con tutte quelle fragilità (in termini di protezioni sociali, di capacità produttive, ecc.) che il Covid stesso ha smascherato.

La Fillea Cgil rivendica con orgoglio di essere parte di questo “terzo giocatore” che, come ben spiega Carlo Magnani nel suo articolo, contrasta “la retorica del ritorno alla normalità”, poiché “la normalità pre-Covid era il problema, con l’aumento delle disuguaglianze, le alte percentuali di disoccupazione, la generale precarizzazione del lavoro, gli alti tassi d’inquinamento, la continua emergenza”. 

Mai come oggi siamo convinti che, proprio perché consapevoli dell’occasione rappresentata da una disponibilità finanziaria inedita e dal maturare di nuove convinzioni sul ruolo del pubblico in economia, si debba porre con forza il tema di un Green New Deal che sia anche un Social New Deal (per usare l’efficace formula presente nell’articolo di Sateriale). 

Un New Deal che faccia i conti con le tre grandi rivoluzioni in cui siamo immersi: quella tecnologica (il digitale e l’enorme potenza di calcolo che ci propone il binomio democratico per eccellenza: sapere per tutti vs. sapere per pochi); quella ambientale (ripensare fino in fondo cosa e perché si produce e si consuma, in un sistema di risorse finito); quella demografica (cosa vuol dire oggi cittadinanza, benessere, democrazia, in una società in cui gli anziani saranno presto la metà della popolazione?).

In questo “scontro”, i temi al centro dell’agenda politica della Fillea - a partire proprio dalla rigenerazione urbana, da un nuovo modello del recuperare e riscoprire il territorio - sono strategici, in un’ottica non solo di maggior sviluppo, ma anche e soprattutto di maggiore benessere (la traduzione italiana del termine inglese “welfare”) e, in sostanza, in termini di lotta alle disuguaglianze. 

Non a caso, tra tutti i principali obiettivi internazionali, da Parigi in poi, per un mondo più giusto e sostenibile, vi sono al primo posto la riqualificazione urbana e il ripensamento profondo della “città di pietra” che si deve riconnettere “alla città di carne” (per richiamare l’articolo di Riccardo Agostini), in una visione diversa del rapporto tra uomo – territorio – consumo.

Oggi il futuro passa dall’assunzione strategica non più della qualificazione dell’offerta, quindi, ma da quella della domanda, cioè dai bisogni delle persone, delle comunità, delle nazioni. Bisogni sociali e bisogni relazionali.

Lo stesso ruolo del pubblico che deve tornare protagonista in economia (come pubblico produttore, come pubblico che coordina e facilita la cooperazione con l’impresa privata, come pubblico che regola) si dovrà sempre più declinare intorno alle due sfide principali che, come Fillea Cgil, abbiamo definito con i termini “nuovo welfare della persona” (nuovo benessere e nuova cura delle persone, delle diverse età, delle diverse condizioni) e “nuovo welfare del territorio” (benessere del costruito, cioè cura dei quartieri, delle colline, dei fiumi, dei boschi, delle aree verdi, e delle relazioni sociali che vi gravitano). 

Per fare ciò torna allora centrale il territorio, come luogo di analisi e costruzione dei bisogni, come luogo di alleanze sociali e politiche, come luogo di vertenzialità diffuse, di protagonismo delle comunità, delle organizzazioni sindacali e non solo (consapevoli che “esiste un Paese vivo che si rimbocca le maniche per superare le proprie difficoltà”, come raccontano Lucatelli e Monaca nel libro “La voce dei sindaci delle aree interne”, presentato in questo numero di SN). 

Da qui anche l’importanza della stessa Associazione Nuove Ri-Generazioni e del suo voler essere strumento al servizio di vertenze “dal basso”, con la convinzione che dalle specificità territoriali possano giungere ingredienti preziosi per una ricetta più generale per il Paese.

Se tutto ciò è vero, si comprendono meglio i contorni dello scontro in atto, nel nostro Paese, che vede la CGIL e l’intero movimento sindacale oggi in campo, pur con limiti e contraddizioni.

Scontro con una destra che ripropone ricette liberiste e aggressive (dal “date i soldi alle imprese” - queste imprese sottocapitalizzate e che per anni hanno scelto la via bassa allo sviluppo - che “poi ci penseranno loro”, “Bonomi pensiero”, alla riproposizione della Flat tax o del superamento delle norme anti mafia, “Programma Salvini”). 

Scontro contro un “gorgo governativo” che pensa di affrontare la nuova fase solo inseguendo l’emergenza e gli interventi a spot (si veda il Piano Colao), finendo in parte risucchiato, per non scrivere “egemonizzato”, dai primi (si veda la discussione sul Decreto Rilancio dove, a fronte di incentivi per la riqualificazione del 110%, non solo il Governo non introduce il Durc di Congruità, ma addirittura manomette il Durc On line).

Scontro contro chi pensa si possa tornare a ricette vecchie o che peggiorino addirittura il quadro di quelle regole che sono, invece, precondizione per una qualificazione delle imprese, dei lavoratori e quindi del prodotto del loro operare (siano esse grandi opere per spostare le merci da gomma a ferro o interventi contro il dissesto idrogeologico): leggasi deroghe al Codice degli Appalti, procedure negoziate diffuse (base materiale per una nuova Tangentopoli), Commissari modello Genova a “gogo”, liberalizzazione del sub appalto.

Il tutto quando da più parti (si veda l’articolo del Vice Presidente dell’Ance o quello di Marinaro e Paglia) si invoca giustamente una riforma delle norme urbanistiche del 1942 e del 1969, figlie dell’espansione demografica e fisica delle città, per una nuova legge organica che assuma invece la dimensione della rigenerazione come processo complesso, fisico, ma anche sociale ed economico.

Uno scontro che – in sostanza – non è solo economico e sindacale ma politico (cosa vuol dire oggi essere progressisti se non si rimette al centro il lavoro, la qualità, l’innovazione, la sostenibilità, la lotta al lavoro nero, allo sfruttamento, alla mafia?) e culturale.

Per dare una prospettiva e finanche un “senso” a quella “storia collettiva” che è tensione permanente tra passato e futuro, tra diritto a esistere e diritto a essere felici. Felici perché liberi da condizionamenti materiali e culturali, come ci ricorda nel suo articolo, il grande intellettuale portoghese Nunes. 

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