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Sindacato Nuovo, Aprile 2021. Servono piani e progetti capaci di esprimere un nuovo modello di abitare accettando la sfida urgente di riscrivere le basi del rapporto Uomo-Natura. Di A. Paglia, L. Marinaro, Associazione Tes.

Era il secondo dopoguerra quando il boom economico, le necessità della ricostruzione e l’elevata richiesta di alloggi, tra i tanti fattori, determinarono la crescita esponenziale dei centri urbani, la cui voracità di suoli supportata da un’urbanistica espansiva si espresse in tempi talmente rapidi da stravolgere la fisionomia del paesaggio urbano. Con l’inesorabile smantellamento della società mezzadrile anche il suo modello di organizzazione territoriale ha conosciuto la crisi. Una crisi che non si è limitata allo spopolamento, all’abbandono dei vecchi luoghi, i paesi, in favore dei nuovi, in città, ma che ha intaccato qualcosa di più profondo, lo stesso legame tra Uomo e Natura. La periferia urbana si espandeva e in nome del progresso venivano recisi i legami con il mondo agreste, persa la capacità di osservazione dei fenomeni, il rispetto dei tempi e degli spazi della natura. Nel tempo però gli intonaci si sono scrostati rivelando l’obsolescenza di quell’idea di progresso figlia dell’economia lineare e l’obsolescenza della sua traduzione territoriale, che oggi trova nell’espressione di Augé una sintesi tanto efficace quanto preoccupante: non-luogo. Tralasciamo per questa volta l’analisi delle cause, che pure sarebbe necessaria, quello che interessa in questa sede è provare a fornire alcune soluzioni. Il XXI secolo apre le porte ad una nuova consapevolezza: la necessità di rammendare le periferie, per dirla con Piano, consapevolezza che oggi assume una dimensione ancor più forte in relazione alla timida crescita di una cultura della sostenibilità. 

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